ARTICOLO 4 – UNA GIORNATA PARTICOLARE

La primavera 2026 è nel suo culmine, e fioriscono le magnolie, le ortensie e i gelsomini. Nell’aria si colgono profumi di fiori e un accenno di spensieratezza. Milano cambia registro, anche solo un poco. Si avvista qualche viso più sereno per strada, i parchi si riempiono di nuovo delle grida gioiose dei bambini, e gli automobilisti dimostrano un’inusitata pazienza. Queste sono condizioni sfavorevoli per il lavoro, specialmente in ufficio. Viene molta più voglia di restare tra i fiori e la brezza che tra meeting e computer: questa settimana deve essersene accorta, e ci ha offerto un piccolo regalo. Sempre lavoro, naturale, ma in mezzo a viali alberati e voli di api. L’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini infatti è un insieme di padiglioni in stile liberty immersi tra tigli e cedri del Libano, e il team di OOTB oggi è lì in missione, fuori dall’ufficio.

Appena arrivato scorgo Giulio con macchina fotografica al collo, intento ad ammirare un cedro imponente e antico nonché soggetto papabile da utilizzare nelle riprese. Dopo un breve itinerario immersi nel verde vegetale, individuiamo Mavi e Berni, e ci si unisce per visitare, guidati dalla custode, il padiglione dedicato all’arte-terapia: la pittura soprattutto è molto ben rappresentata, e i corridoi offrono per tutta la loro lunghezza i quadri dei pazienti.

Torniamo all’esterno: è sopraggiunto Enrico senior, e ci si avvia per i viali alberati alla ricerca del giardino e dell’orto. Seguiamo le indicazioni sugli appositi cartelli, ma l’aria della primavera è così dolce da stordire: vaghiamo avanti e indietro tra i tigli e le magnolie, e dibattiamo sulla giusta strada da percorrere. “Dividiamoci” propone qualcuno, e con questa tattica le nostre probabilità di perderci raddoppiano. Giulio si accosta così a due signore a riposo su una panchina, e richiede educatamente indicazioni. “Ma voi chi siete?” indaga una delle signore osservando le attrezzature delle riprese. “Stiamo facendo riprese per Fondazione Niguarda” illustra Giulio. “No, ma per conto di chi?” continua a indagare la signora, con un fare un po’ intenso che indispone il Maestro Ciarambino. “Ma signora, dobbiamo solo fare delle riprese” cerca di tagliare corto Giulio. “Ok, ma avete i permessi?” procede la signora. I permessi li abbiamo, naturalmente. Ma l’intento della signora è spiegarci il ruolo che ha avuto la sua associazione in questo angolo di verde così poco milanese.  “Perché abbiamo tirato noi su questo giardino” si introduce la seconda signora. “No, aspettate un attimo che faccia una telefonata” continua la prima signora estraendo il telefono con fare minaccioso. Giulio rinuncia a instaurare un dialogo pacifico, data la scarsa primavera che si respira accanto alle signore, e si riavvia per il viale cercando il giardino senza ulteriori aiuti. Mavi ed Enrico Senior erano ancora dispersi per i viali, e vista la partenza di Giulio alle signore restiamo solo io e Berni come possibili uditori. La prima signora così si rivolge a Berni, la quale si illumina con il sorriso più gentile che riesce a organizzare, e che quindi si defila dietro a un cespuglio per osservare la scena a distanza di sicurezza. Resta così il sottoscritto, la cui capacità di leggere le situazioni sociali arriva sempre autisticamente in ritardo. Vengo quindi travolto dalle rimostranze della signora, che si è impegnata anima e corpo per tirare su quell’orto, e che da anni viene lì a lavorare, e che ha sempre avuto una passione per il verde eccetera. Raccolgo tutta la diplomazia appresa nei corsi di social-skills post-diagnosi, e mi premuro di assentire a tutto ciò che dice, cercando anche di informarmi con una certa sollecitudine sulle difficoltà orticole incontrate. Sembra funzionare, almeno un po’, perché la fronte della signora si alliscia un poco e il tono si fa leggermente più mansueto. Poi, appena prima che comincino a girarmi le orchidee, la signora si esprime in un inaspettato sorriso, e si dilegua magicamente nel rigoglio della vegetazione.

Giulio nel frattempo ha individuato l’angolo di verde che dobbiamo riprendere. Mavi ed Enrico Senior sono infine sopraggiunti per esclusione, dopo aver percorso ogni possibile viale a parte quello giusto. Vittime evidentemente della intossicante brezza primaverile. Bernardita riemerge dal luogo sicuro e ci avviamo verso l’orto, dove dovremo ricoprire il ruolo di comparse. Giulio si è già posizionato con treppiede e macchina fotografica, ed io e Berni dovremo semplicemente percorrere un piccolo sentiero sterrato, accanto a una macchia di canne e di erbe aromatiche. La parte delle comparse non è ancora conclusa: cambiata appena la scena, ci posizioniamo sotto quell’imponente cedro del Libano che Giulio stava ammirando all’inizio. Ci dà indicazioni sul da farsi in questa parte, e io capisco erroneamente che la mia parte consiste nel parlare con l’albero. Comincio così a intavolare una conversazione con il cedro, quando Berni giustamente divertita mi istruisce sul fatto che devo parlare con lei mentre camminiamo intorno all’albero. Vergognandomi un po’ dell’errore cerco di cambiare argomento indicando un nido tra i rami, come possibile argomento di conversazione. Dibattiamo quindi con Berni su quale tipo di uccello possa aver costruito il nido, e giriamo un po’ con i nasi per aria alla ricerca di altri nidi. Non vedendone altri Berni ipotizza che possa esserci un solo nido per albero, al che io suppongo che possa dipendere dal tipo di uccello e se è amichevole abbastanza per avere ospiti sul suo albero. Poi concordiamo sul fatto che non sappiamo niente della vita degli uccelli, cosa che appare piuttosto evidente. Nel frattempo stiamo circoambulando il possente cedro, mentre Giulio ci riprende nella nostra conversazione. In un momento di vuoto del discorso sottolineo la bellezza della pianta, e Berni afferma che le ricorda un albero chiamato Jacaranda in Argentina. Mi soffermo a contemplare la musicalità di quel nome, quando Giulio ci richiama per assistere al decollo del drone.

Enrico Senior ha posizionato il drone sul prato, ed ha estratto un complesso telecomando che maneggia con estrema cautela. Il drone è in attesa di comandi, e restiamo in religioso silenzio mentre viene acceso e comincia a librarsi verso le cime degli alberi. Io e Berni ci riposizioniamo un istante sotto il cedro per poter essere ripresi mentre decolla. Poi, Enrico lo manovra per riprendere il paesaggio. Ma il drone non sembra avere gli stessi piani, e con uno scarto si dirige dietro un edificio e al di là della nostra vista. Mavi si pietrifica, sia per il drone disperso sia per i danni che il marchingegno può combinare se in avaria. Ma Enrico la rassicura, cercando evidentemente di non far trapelare l’angoscia: “Lui deve ritornare al telecomando di default, quindi dobbiamo solo aspettare che ritorni”. Così ci mettiamo in attesa che ritorni, ma il drone non si fa vivo. Mavi comincia a sbiancare, ma dopo un interminabile minuto la macchina ribelle rispunta da un tetto, e atterra un po’ goffamente davanti a noi. Enrico gli si avvicina lentamente, poi con un balzo lo acchiappa e lo disattiva. Grazie anche all’intraprendenza del drone le riprese sono state un successo.

Dopo questa serie di piccole avventure e disavventure il nostro compito è terminato. Immagini ed esperienze sono state raccolte, e il resto del lavoro per montare il tutto avrà luogo nell’aria condizionata dell’ufficio. La brezza primaverile si è quietata, tutto nella sera è immobile. Le fronde degli alberi non mormorano più, ed è tempo di salutarsi. Mentre gli uccelli, che abbiano un nido su un cedro o su un tiglio, cominciano a completare le loro conversazioni cantate, mi accingo a lasciare i viali alberati dell’ex Paolo Pini, dopo aver vissuto questa giornata particolare. 

Scritto da Enrico Buttafava